SpaceGlass è uno spin-off dell’Università di Parma, costituito nell’aprile 2023, nato per progettare superfici trasparenti ad alte prestazioni destinate allo spazio e ad applicazioni speciali.

L’idea è semplice da dire, difficile da realizzare: sostituire il vecchio paradigma della finestra come lastra con quello della finestra come cella strutturale.

SpaceGlass

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La società sviluppa unità trasparenti multistrato in composito: vetri sottili, materiali trasparenti diversi, interlayer innovativi, curvature e telai progettati insieme. Ogni strato ha una funzione: resistere alla pressione, assorbire urti, contenere la frattura, filtrare radiazioni, migliorare la risposta termo-ottica, ridurre peso e costo.

Il progetto unisce competenze dell’Università di Parma e dell’Università della Calabria. A Parma vi sono la meccanica dei materiali fragili, il vetro strutturale, i compositi, la modellazione dinamica e multiphysics: Gianni Royer-Carfagni, Alessandro Tasora e Laura Galuppi. Dalla Calabria arrivano competenze forti in meccanica computazionale, modellazione numerica e analisi strutturale, con Giovanni Garcea, Leonardo Leonetti e Domenico Magisano. A questo nucleo scientifico si affiancano competenze legali, strategiche e industriali.

Fondamentale, in questa architettura, e’ anche il contributo di Alessio Grasso: generale dell’Aeronautica Militare in congedo, gia’ responsabile della Business Unit Aerospace & Defense del Gruppo Dallara e advisor strategico di SpaceGlass. La sua esperienza consente al progetto di parlare il linguaggio dell’aerospazio, della difesa, della filiera industriale e dei grandi programmi internazionali. In una deep tech, il team non e’ un dettaglio: e’ parte del prodotto.

Lo SpaceGlass Observatory è l’immagine più ambiziosa del progetto: un modulo panoramico per future stazioni commerciali, pensato non come un grande oblò, ma come un vero luogo di osservazione. In orbita la vista non è arredamento: è parte dell’esperienza, della ricerca, del benessere a bordo e del modello economico dello space tourism.

Giancarlo Buccarella, vicepresidente di SpaceGlass

Giancarlo Buccarella, vicepresidente di SpaceGlass

Oggi incontriamo Giancarlo Buccarella, vicepresidente di SpaceGlass, spin-off dell’Università di Parma nato nel 2023 e specializzato nello sviluppo di strutture trasparenti composite ad alte prestazioni per applicazioni spaziali, aeronautiche, navali e di difesa.

SpaceGlass ha sviluppato e brevettato una tecnologia innovativa che punta a rivoluzionare il concetto di “finestra spaziale”, superando i limiti delle attuali soluzioni basate sul vetro tradizionale. L’obiettivo è realizzare superfici trasparenti più leggere, più resistenti, più grandi e più sicure, destinate a habitat orbitali, stazioni spaziali commerciali, cockpit avanzati e sistemi di protezione ad alte prestazioni.

Con vantaggi dichiarati come fino al 75% di riduzione del peso, l’80% di riduzione dei costi e superfici trasparenti fino a 2 metri di diametro, SpaceGlass si propone come uno dei progetti più interessanti nel panorama della nuova space economy.

 

Avvocato Buccarella, da dove nasce l’idea di SpaceGlass e qual è stata la scintilla iniziale del progetto?

Nasce quasi per caso. E le idee migliori, spesso, hanno questa cattiva abitudine: arrivano quando non le si sta cercando. Durante il Covid avevo organizzato per il Rotary un incontro da remoto dedicato allo spazio. Invitai David Avino, fondatore e CEO di Argotec.

Allora Argotec era già una realtà molto promettente; oggi è una delle eccellenze italiane più riconosciute nei microsatelliti e nelle missioni deep space.

Quella sera Avino raccontò uno spazio diverso da quello a cui eravamo abituati: non più solo agenzie governative, astronauti professionisti e ricerca scientifica, ma infrastrutture commerciali, stazioni private, turismo spaziale, servizi. In breve: un nuovo ambiente economico.

Da lì nacque una considerazione elementare: chi andrà nello spazio non cercherà soltanto un trasporto. Cercherà un’esperienza. E l’esperienza più potente, nello spazio, è la vista della Terra. Se le stazioni commerciali e il turismo orbitale devono diventare realtà, serviranno ambienti più aperti, più immersivi, più umani. Serviranno grandi finestre spaziali.

Tra i presenti c’era il professor Gianni Royer-Carfagni, uno dei maggiori esperti mondiali nel campo della meccanica dei materiali fragili, del vetro strutturale, dei compositi e delle strutture speciali. Alla fine gli dissi, senza troppi giri: “Gianni, proviamo a farne un progetto industriale”.

Quella serata è stata la scintilla. Poi sono arrivati lo spin-off, il brevetto, il team scientifico, i partner industriali. E la fortuna di coinvolgere competenze decisive: tra queste Alessio Grasso, generale dell’Aeronautica Militare in congedo e profondo conoscitore del rapporto tra industria, difesa, aerospazio e nuova Space Economy. Ma all’inizio c’erano tre cose: una visione di mercato, una competenza scientifica rara e la percezione che lo Spazio aveva cambiato paradigma, essendosi aperto agli investimenti privati.

SpaceGlass

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Oggi le finestre spaziali rappresentano ancora un limite tecnologico. Qual è il problema delle soluzioni attuali, come la Cupola della ISS?

La Cupola della ISS è un’icona. Forse la finestra più famosa della storia. Ma non nasce come salotto panoramico: nasce come postazione operativa. E, se mi passa la battuta, è la più bella sala macchine mai costruita dall’uomo.

 

Il punto è che appartiene a un’altra epoca dello spazio. Usa pannelli in silice fusa, inseriti in una struttura molto complessa. La finestra superiore ha un diametro di circa 80 centimetri: già questo dato dice molto.

Non siamo davanti a una scelta estetica, ma a un limite tecnologico. La silice fusa ha qualità importanti, soprattutto nei confronti degli shock termici. Ma presenta anche difetti rilevanti: bassa tenacità alla frattura, incompatibilità termica con il telaio in alluminio, bisogno di guarnizioni deformabili, difficoltà produttive su grandi dimensioni e comportamento fragile.

La Cupola funziona benissimo per quello per cui è stata pensata. Ma non è facilmente scalabile verso lo spazio commerciale. Per stazioni private, habitat orbitali e turismo spaziale servono superfici trasparenti più grandi, più leggere, più resilienti e pensate per l’esperienza umana, non solo per l’operatività.

SpaceGlass propone un composito trasparente. In cosa consiste il salto tecnologico?

Il salto è grammaticale prima ancora che tecnologico: non più la finestra come lastra, ma la finestra come cella. Il vetro tradizionale, nello spazio, è un magnifico limite: trasparente, nobile, ma fragile, pesante e difficile da far crescere di dimensione.

SpaceGlass prova a superarlo con una struttura multistrato: vetri sottili, anche curvati, materiali trasparenti diversi e interlayer di nuova generazione.

Ogni strato fa un mestiere: uno resiste alla pressione, uno assorbe l’urto, uno arresta la frattura, uno filtra le radiazioni, uno migliora il comportamento termo-ottico. Il risultato non è un vetro più spesso. È un sistema ingegnerizzato. Se poi la geometria è curva, la finestra può portare, anche per forma, come  se fosse un guscio. Meno materia, più prestazione.

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Che cosa rende credibile il progetto, oltre all’idea?

Il team. Nelle startup deep tech l’idea è necessaria, ma non basta. Serve una squadra che conosca la fisica del problema e sappia trasformarla in ingegneria. SpaceGlass nasce nell’ecosistema dell’Università di Parma, ma unisce anche competenze dell’Università della Calabria.

Royer-Carfagni porta il nucleo scientifico sui materiali fragili, i compositi e le strutture speciali. Alessandro Tasora porta modellazione numerica, dinamica e simulazione, anche attraverso l’esperienza di Project Chrono. Laura Galuppi porta competenze sui compositi laminati, sull’analisi termoelastica e sulla modellazione multiphysics e multiscala.

La componente calabrese, con Giovanni Garcea, Leonardo Leonetti e Domenico Magisano, rafforza la parte di meccanica computazionale, analisi numerica e modellazione strutturale. È una combinazione rara: scienza delle costruzioni, calcolo avanzato, comportamento dei materiali e visione industriale. Poi ci sono le competenze professionali e strategiche: diritto societario, proprietà intellettuale, finanza, relazioni industriali, aerospace e defense. In una parola: SpaceGlass non è un’intuizione isolata. È una piccola officina scientifica che sta provando a diventare industria.

I numeri che presentate sono forti: fino al 75 per cento di peso in meno e fino all’80 per cento di costo in meno. Come si raggiungono?

Nello spazio il peso è economia. Ogni chilogrammo non lanciato significa meno costo, più carico utile, più margine progettuale. Il peso non è una variabile tecnica: è una voce di bilancio. La riduzione nasce dal cambio di architettura.

Non prendiamo la tecnologia esistente per migliorarla un poco. La sostituiamo con una logica diversa: stratificazione, materiali combinati, curvatura, telaio e trasparente progettati insieme. Una superficie curva può lavorare per forma, non solo per spessore. È un principio antico: gli archi reggono per geometria. Portato nello spazio, questo significa ottenere prestazioni meccaniche con meno materiale. Il costo scende non solo per la materia prima, ma per la modularità, la producibilità e la manutenzione. Una cella più leggera, sostituibile e industrializzabile vale molto più di un pannello teoricamente perfetto ma difficile da produrre e da mantenere.

SpaceGlass

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Un altro elemento chiave è il diametro: fino a due metri di superficie trasparente. Quanto cambia questo per le stazioni commerciali e per lo space tourism?

Cambia la natura dell’ambiente. Finora la finestra spaziale è stata soprattutto uno strumento: osservare, controllare, documentare. Nelle stazioni commerciali diventa anche esperienza. Se una persona paga per andare in orbita, la vista della Terra non è un accessorio.

 

È il motivo del viaggio. Una superficie trasparente fino a due metri consente di progettare spazi panoramici veri, non semplici oblò. Vuol dire osservatori per la Terra, ambienti per ricerca e comunicazione, luoghi di benessere psicologico, aree di valore turistico. L’osservatorio non è più una nicchia della stazione: può diventare uno dei suoi centri. Per questo diciamo che la finestra è una tecnologia abilitante. Senza grandi superfici trasparenti sicure e leggere, molte promesse dello Space Tourism restano rendering. Con quelle superfici diventano architettura, design e servizio.

SpaceGlass non guarda solo allo spazio. Quali mercati possono arrivare prima?

Lo spazio resta il mercato identitario. È il luogo dove la tecnologia nasce e dove i requisiti sono più estremi. Ma proprio per questo i tempi di qualifica sono lunghi. Le applicazioni terrestri ad alte prestazioni possono arrivare prima: difesa, navale, sottomarini, aeronautica speciale, architetture di sicurezza. Parliamo di superfici trasparenti resistenti a impatti, esplosioni, proiettili, rumore, condizioni ambientali severe. È il classico percorso della tecnologia spaziale: nasce per l’ambiente più difficile e poi ricade sulla Terra. Automotive di fascia alta, yacht, vetri speciali, infrastrutture protette: sono tutti mercati nei quali leggerezza, sicurezza e resilienza hanno un valore immediato.

Nel 2024 avete avviato la partnership industriale con Sipal, Gruppo Fininc. Quanto conta un partner industriale per una startup deep tech?

Conta moltissimo. Una startup deep tech può avere brevetto, scienza e visione. Ma a un certo punto incontra il banco di prova: trasformare un principio in un prodotto qualificabile. Lì servono processi, qualità, produzione, filiera, rapporti con grandi clienti, cultura industriale.

La partnership con Sipal, società del Gruppo Fininc, serve proprio a questo: portare SpaceGlass dal laboratorio al prototipo industriale. Non è una collaborazione di immagine. È un accordo di sviluppo per progettare il sistema prototipale completo: pressure pane, debris pane, scratch pane, telaio, guarnizioni, assemblaggio. In altre parole: non più solo materiale, ma cella spaziale completa.

SpaceGlass

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A che punto siete oggi e quali sono i prossimi step verso il TRL 6?

Oggi siamo nella fase in cui la tecnologia deve dimostrare di funzionare non solo nei modelli, ma in condizioni sempre più vicine all’impiego reale. Il prototipo in scala significativa, a partire dalla configurazione da 400 millimetri, serve a validare materiali, processi, trasparenza, resistenza meccanica e durabilità ambientale. È un passaggio meno spettacolare di un rendering, ma molto più importante. I prossimi step riguardano l’ottimizzazione del processo produttivo, la qualifica dei materiali, i test termo-meccanici, le prove di impatto, la verifica dell’assemblaggio con il telaio e la scalabilità verso dimensioni maggiori.

Quanto conta la resilienza post-rottura nelle applicazioni aerospace e defense?

Conta più della resistenza nominale. La domanda vera non è soltanto: quanto carico sopporta? La domanda è: che cosa succede quando qualcosa va storto? Nello spazio, nell’aerospazio e nella difesa non basta evitare la rottura. Bisogna governarla. Se arriva un detrito, se nasce una cricca, se c’è un impatto, il sistema deve reagire in modo prevedibile, controllato, non catastrofico.

Qui il composito trasparente ha senso: gli strati e gli interlayer possono confinare il danno e impedire che una frattura locale diventi un cedimento globale. In questi settori la sicurezza non è un aggettivo. È una funzione progettuale.

Guardando al futuro, SpaceGlass vuole essere un fornitore tecnologico o un player strategico della nuova economia spaziale?

Le due cose non si escludono. SpaceGlass non nasce per costruire da sola una stazione spaziale. Nasce per fornire una tecnologia critica, protetta da brevetto e know-how, a costruttori, prime contractor e partner industriali. Ma quando una tecnologia abilita una funzione nuova, il fornitore diventa strategico. Grandi superfici trasparenti cambiano l’architettura del modulo, l’esperienza dell’utente, il peso, i costi di lancio, la manutenzione e la sicurezza. La finestra, nello spazio commerciale, non è più un dettaglio. È una parte del modello di business. Chi controlla quella tecnologia non vende solo un componente: incide sul modo in cui le persone vivranno lo spazio.

Se dovesse spiegare SpaceGlass in una sola frase a un investitore internazionale, quale sarebbe il vostro vantaggio competitivo?

SpaceGlass non vende semplicemente vetri per lo spazio: progetta celle trasparenti leggere, sicure e scalabili per la nuova generazione di infrastrutture orbitali. Il vantaggio competitivo è nella combinazione di quattro elementi: brevetto, competenza scientifica, progettazione integrata e partnership industriale.

In un mercato in cui stazioni commerciali, turismo spaziale e infrastrutture abitate diventeranno sempre più importanti, vedere meglio non sarà un lusso. Sarà un’infrastruttura essenziale.

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